Cosa è il trattamento delle acque potabili

Il trattamento delle acque potabili destinate al consumo umano è uno degli aspetti cruciali in tema di sostenibilità ambientale, per poter garantire un approvvigionamento equo e universale di un bene primario come l’acqua ai cittadini di tutto il mondo. 

A livello globale tutti dobbiamo fare i conti con la carenza d’acqua dovuta al surriscaldamento della terra e all’aumento dei consumi. Garantire, quindi, una filiera attiva ed efficiente a livello aziendale e domestico può contribuire ad ottimizzare le risorse: i più efficienti sistemi e le più moderne tecnologie di potabilizzazione dell’acqua permettono oggi di riutilizzare in tutta sicurezza non solo l’acqua piovana, ma anche quella che deriva dall’utilizzo di scarichi (le cosiddette acque grigie). 

Il riciclo dell’acqua si rivela un’attività di importanza non trascurabile anche in relazione al risparmio energetico che ne potrebbe derivare: per distribuire e trattare sia l’acqua potabile che lo smaltimento di quelle reflue, vengono infatti utilizzate enormi risorse sia che si tratti di impianti industriali che domestici. In una città il 25/40% del consumo di energia elettrica complessiva è destinato proprio al sistema di trattamento dell’acqua perciò, va da sé, che l’importanza di creare impianti di trattamento di acqua potabile sia una vera e propria opportunità concreta in tema di sostenibilità ambientale.

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Riciclare l’acqua si può? E come funziona?

Riutilizzare l’acqua è possibile attraverso l’impiego di strumenti e tecnologie all’avanguardia e all’utilizzo di agenti chimici, fisici e biologici che eliminano le possibili cause di contaminazione, garantendo un prodotto assolutamente privo di pericoli a seconda della destinazione d’uso finale. Naturalmente, tutto ciò che concerne il risparmio dell’acqua (i vari parametri da rispettare e le azioni da porre in essere) è regolamentato a livello nazionale dal D.Lgs. n.152 del 1999, che prevede una serie incentivi ed agevolazioni per sensibilizzare le persone a ridurre il consumo dell’acqua e a dotarsi di sistemi di riciclo e riutilizzo sia a livello privato che aziendale. 

In una casa, ad esempio, l’acqua può essere recuperata e riutilizzata sia come acqua potabile (per il consumo, per preparare i cibi ed anche per l’utilizzo della lavatrice) che per usi non alimentari come le pulizie domestiche, gli scarichi di wc e lavatrice, l’irrigazione di orti e giardini e così via. Nella gestione familiare la potabilizzazione dell’acqua piovana potrebbe avere un impatto notevole sul risparmio in termini di consumi, se si pensa che una persona, in media, consuma 120-150 metri cubi di acqua all’anno. 

Lo stesso discorso può essere applicato, naturalmente, anche a livello aziendale, dove il riciclo dell’acqua, oltre che per gli usi già sopra riportati, può essere utile anche al funzionamento di alcuni macchinari legati alla produzione stessa e al lavaggio, negli impianti anti-incendio o negli impianti di raffreddamento

La normativa per il trattamento dell’ acqua potabile

Già da qualche anno i permessi che vengono concessi per le nuove costruzioni sono subordinati sia alla presentazione della certificazione energetica dell’edificio che al tipo di sistemi di risparmio idrico e di riutilizzo dell’acqua piovana che possono essere messi in atto. 

Normalmente sia le acque grigie (quelle che derivano dagli scarichi di docce o vasche, bagni, lavastoviglie, etc) che quelle meteoriche possono essere recuperate attraverso un sistema di depurazione e riciclo che reimmette in circolazione all’interno dell’impianto idrico le acque così purificate e pronte per il loro nuovo utilizzo. 

La normativa per il riutilizzo delle acque (e quindi per la realizzazione di un eventuale impianto di potabilizzazione acqua)Non  fa riferimento al regolamento UE 2020/74 del Parlamento Europeo, emanato proprio per favorire una maggiore diffusione del riutilizzo dell’acqua qualora sia possibile ed efficiente in termini di resa e costi. Per quanto riguarda invece la raccolta di acqua piovana in Italia, non sono ancora state emanate specifiche leggi sulla progettazione e realizzazione di impianti per il recupero e l’eventuale potabilizzazione, perciò si fa riferimento alla norma tedesca DIN 1989-1-2-3-4 e poi a quanto emanato delle singole autorità locali. 

Quale sistema di filtraggio acqua potabile scegliere? La clorazione dell’acqua potabile

Il processo di riutilizzo dell’acqua deve tener conto della necessità di effettuare continuamente analisi delle acque potabili, perché molte epidemie causate da batteri ed agenti infettanti possono diffondersi proprio attraverso l’acqua, che ne costituisce una fonte di trasmissione preferenziale. 

La qualità dell’acqua che è destinata al consumo umano è strettamente legata alle caratteristiche e alla purezza delle sorgente idriche e alle attività di potabilizzazione dell’acqua: si tratta di un processo chimico-fisico atto a rimuovere le sostanze contaminanti presenti al suo interno e che quindi non la renderebbero idonea al consumo quotidiano e/o alimentare. Che si tratti di processi fisici, chimici o biologici, tutti sono accomunati dal fatto che devono rimuovere metalli pesanti, idrocarburi, microinquinanti organici, solventi ed eventuali cariche batteriche, oltre a dover riequilibrare il livello del PH e le caratteristiche chimiche e biologiche che la rendono adatta all’utilizzo umano.

La clorazione dell’acqua potabile è il metodo più diffuso in Italia per la bonifica delle acque e per eliminare le cariche batteriche presenti, può essere realizzata aggiungendo semplicemente una soluzione di ipoclorito di sodio all’acqua negli impianti medio/piccoli o tramite pompe dosatrici di cloro, che sono collegate ad un contatore lancia impulsi che dosa e immette il cloro direttamente nelle tubazioni. 

L’ipoclorito di sodio, conosciuto anche come cloro, è un composto antimicrobico liquido di solito in concentrazione pari al 12-14% del volume e affinché possa sprigionarsi la sua azione battericida, normalmente è necessario un tempo d’azione di 30 minuti circa. 

Naturalmente va utilizzato in dosaggi molto bassi, perché potrebbe emettere un sapore ed un odore piuttosto sgradevole, perciò la concentrazione massima tollerata in Europa è di 0,1 mg/litro, mentre ad esempio negli Stati Uniti è fino a dieci volte superiore. 

Gli altri sistemi per il trattamento dell’acqua potabile 

Oltre alla clorazione di cui abbiamo ampiamente parlato, ci sono altre tecnologie consolidate che permettono un recupero ed un riutilizzo più che efficace dell’acqua. Tra queste, ad esempio: 

L’osmosi inversa: con questo procedimento l’acqua da trattare viene spinta all’interno di una membrana da una pompa con una pressione superiore a quella osmotica, in questo modo si generano due flussi in uscita di cui uno (povero di sali) attraversa la membrana e può quindi essere utilizzato e l’altro invece, più pesante, viene scartato. 

L’installazione di un impianto a raggi UV, che permette una sicura eliminazione della carica batterica: all’interno di un contenitore in acciaio inossidabile vengono inseriti uno o più tubi in quarzo che ospitano all’interno una lampada UVC che va a colpire direttamente il DNA dei germi che, in questo modo, non possono proliferare e di conseguenza si estinguono. In questo caso non vengono impiegati agenti esterni e non si hanno rischi di eventuali alterazioni delle caratteristiche organolettiche dell’acqua. 

La coagulazione viene realizzata invece tramite il dosaggio di particolari reagenti scelti e selezionati in base alle caratteristiche chimico fisiche di partenza dell’acqua da trattare: in questo modo vengono eliminate tutti i micro elementi solidi e le impurità dell’acqua per prepararla all’uso o a un eventuale altro tipo di trattamento.

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Una gestione più accorta del consumo di acqua, come abbiamo visto, potrebbe portare ad un notevole risparmio non solo in termini di consumo, ma anche di spesa energetica sia a livello domestico che aziendale. Di fronte alla carenza idrica a livello globale, la pratica di utilizzare l’acqua potabile proveniente dagli impianti di depurazione, dovrà necessariamente diventare una pratica condivisa da privati e imprese.

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